Il dominio della tecnica in una società nichilista

Nella seconda metà del 1800  Nietzsche  affermava che “Dio è morto” e che uno degli effetti della sua morte era la nascita di una società “nichilista”,  in cui prevalgono gli atteggiamenti di fuga e di disgusto nei confronti del mondo reale.

Tali atteggiamenti sono presenti nella nostra società che, pur essendo cresciuta  con i valori di libertà, di uguaglianza e di fraternità, li ha dimenticati e si è affidata al progresso. Qual è stato il risultato? Un nichilismo passivo come rassegnazione da cui la massa cerca di difendersi andando alla ricerca di tutto ciò che tranquillizza e stordisce. Nonostante la crisi stia modificando le nostre abitudini, sembra che alle persone interessi soltanto un ritorno al periodo pre-crisi per  continuare a sfruttare le risorse della Terra e per goderne i frutti  senza pensare che, con questo sistema economico, ogni minuto muoiono cinque bambini nel Mondo per fame. Noi piangiamo per la morte dei nostri familiari o ci rattristiamo e cerchiamo di consolare i nostri amici per la scomparsa dei loro cari, ma rimaniamo indifferenti per le tante persone che muoiono ogni giorno per mancanza di cibo.      E’ giusto che l’Occidente, con 1 miliardo di persone (il 20% del mondo),  possa prendersi l’83% delle risorse della Terra?  E’ giusto che il resto del mondo, il restante 80% della popolazione, utilizzi appena l’1,4%  delle risorse? (1)         Se la risposta dovesse essere un no, allora dovremmo  dire che la crisi che oggi subiamo rappresenta il fallimento di un intero sistema che ha affamato il mondo.

Forse  è  sufficiente svolgere il proprio compito (bancario, postino, insegnante, idraulico, ecc.)  per azzittire la coscienza, ma non si può  eliminare la “colpa metafisica”. Pur non avendo responsabilità dirette, abbiamo la “colpa” di essere nati in un Occidente che ha affamato il resto del mondo per il proprio benessere.

Il filosofo Umberto Galimberti  afferma che la nostra società è dominata dalla tecnica, cioè da un sistema che privilegia la funzionalità  e l’efficienza. Poco importano i sentimenti e le emozioni, come accade ad esempio per un’opera d’arte che acquista importanza ed interesse soltanto se ha un valore economico. In questo sistema dominato dalla tecnica, il denaro diventa un generatore simbolico di tutti i valori. (2)

L’uomo non è più il fine della tecnica, ma è il mezzo attraverso cui si genera ricchezza economica.

In  tutto  ciò  qual è il ruolo di Dio?   E’ veramente morto?

Prendiamo in considerazione il pensiero del filosofo danese Kierkegaard nel libro “Timore e tremore”. Dio aveva ordinato ad Abramo di sacrificare il suo unico figlio, Isacco, avuto con la moglie Sara in età avanzata. All’apparenza tale ordine poteva sembrare assurdo, paradossale se abbiamo in mente l’idea di un Dio buono, che è amore allo stato puro, incontaminato. Kierkegaard ci spiega invece che Abramo, nonostante tutto, nonostante la ragione si ribellasse ad un’idea talmente assurda (uccidere il proprio figlio!), ha avuto fiducia (la fede) ed ha condotto se stesso ed il suo unico figlio nel posto stabilito per sacrificarlo a Dio. Al momento di porre in essere tale atto, Dio lo ha fermato ed ha lodato e ricompensato la sua fede che lo aveva spinto ad andare avanti nonostante l’opposizione della ragione. (3)

Kierkegaard descrive Dio come un qualcosa di assurdo e paradossale, al di là della nostra comprensione ed  al di fuori del tempo e dello spazio.

In base a tali considerazioni  l’apertura totale  a Dio, con il conseguente allontanamento dalle “verità” tranquillizzanti della ragione  plasmata dalla tecnica,  consentirà all’uomo di sconfiggere quell’angoscia profonda che ha generato un comportamento di disgusto e di fuga dalla realtà e soprattutto di passiva rassegnazione?

 

Luca FAIULO

 

1   Alessandro Zanotelli, “Leggere l’impero”, ed. la meridiana.

2   Umberto Galimberti, “Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica”, Feltrinelli ed.

3   Soren Kierkegaard, “Opere”, Sansoni ed.

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