Un altro tempo, un altro mondo, un altro uomo

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“Il mio tempo” può apparire un titolo enfatico, quasi supponente per una raccolta di versi, sebbene espressi dalla modernità in tutte le sue infinite facce, asprezze, echi, illuminazioni, chiaroscuri, sottintesi, carsicità. Questo XXI secolo che marcia violento sotto l’input dei pixel, della realtà virale, dalla connessione full time, della solitudine amplificata dai social network. Un tempo in cui abbiamo molti strumenti per dire e poco o nulla da comunicare.

Se però ci si avvicina in punta di piedi, con pudore e discrezione all’universo poetico di Luigi Cazzato (alla seconda performance dopo il bell’esordio di “Sogni e realtà”, 2012), si scopre un mondo di insospettata vitalità: un magma ribollente di energia e di luce, di umanità e passioni, di infinite contaminazioni, ma anche di verità ormai impossibili da tacere, di silenzi laceranti che irrompono sulla pagina con la forza devastante e destrutturante della poesia che infrange ogni apparenza e finzione per restituirci una realtà liberata da orpelli e barocchismi: finalmente nuda.

Nella silloge “Il mio tempo” (Esperidi Edizioni, Monteroni di Lecce, 2015, pp.64, euro 8, prefazione di Paolo Rausa, cover di Roberto Russo), lo sguardo di Luigi Cazzato è polisemico, ricco di echi, di semantica. Non c’è, si può dire, interfaccia della contemporaneità che Cazzato non esplori con infantile curiosità, con avidità dello sguardo e urgenza di “leggerla” a modo suo, soggettivandola, con una grammatica naif e trascinarla poi sulla carta prima che d’incanto svanisca.

Il poeta scannerizza così stati d’animo, sentimenti e passioni, realtà politiche in progress e storiche ormai cristallizzate, ci dona i suoi stupori dinanzi alla natura e alle sue manifestazioni, ma anche il suo furore per l’accanimento dell’uomo su di essa quasi volesse uccidere la propria madre.

La sua poesia è dialettica, intrisa di prosa in senso pasoliniano, pregna di etos civile, di rabbia incontenibile, a tratti di orrore, ma anche di dolcezza e alla fin fine di speranza. Sublimando l’eterogenesi dei fini, Cazzato immagina un mondo nuovo eppure possibile, una vita diversa, dove ognuno sia quel che è, dia quel che ha, abbia quel poco di cui ha bisogno per esistere e viva la sua esistenza se non felice (sarebbe suo diritto per il sol fatto d’essere al mondo), ma almeno con dignità. Una vita degna d’essere vissuta. E magari lasci una traccia nel tempo inquieto che si attraversa insonni e nel cuore degli altri uomini.

Con le sue liriche ci indica una via possibile affinché il cuore non languisca nel deserto del senso e dei sensi, il rosario dei giorni non scorra invano e ci faccia soffrire il meno possibile: quel tanto che occorre. E se l’anonimato incombe su di noi, cloni che vagano nella società liquida, sfatti dalla solitudine cosmica, leopardiana e dalla disperazione quotidiana, che almeno resti qualche buon verso sospeso nell’aria unta di sale e di scirocco.

A meravigliare i posteri, a dar loro una qualche risposta sul nostro tempo ispido, sull’esistenza che ci è toccata in sorte, a dir loro che, nonostante tutto, non abbiamo vissuto invano e non abbiamo sgominato tutte le parole. Magari qualcuna l’abbiamo riverginata e restituita al primitivo etimo.

E i versi di Cazzato, dettati dalla dolcezza di un Neo-Umanesimo sempre di là da venire, ricollocano l’uomo al centro del tutto e lo riconciliano con gli altri, ma soprattutto se stesso.

Francesco Greco

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